Le Mamose

scritto da Strabik92
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Testo: Le Mamose
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Le Mamose

C’era una volta un bambino che si chiamava Mirko.

Ma lui la “MI” non la sapeva dire. Non era cattiveria della bocca, era solo un inciampo, come quando i piedi si impigliano in un gradino che non avevi visto. Ogni volta che doveva dire una parola con “MI”, la sua lingua faceva un giro strano e usciva “MA”.

Così, quando diceva il suo nome – “Mirko” – veniva fuori “Marco”.

All’inizio si arrabbiava. Poi si è abituato. Poi, siccome tutti lo chiamavano “Marco” senza neanche accorgersene, ha deciso che andava bene così. Lui stesso, quando si presentava, diceva: “Io sono Marco”. Perché era più facile. Perché nessuno rideva. Perché la “MA” usciva dritta, rotonda, senza fatica.

Ma dentro, lui sapeva di chiamarsi Mirko.

L’altra parola che non riusciva a dire era “mimose”.

Usciva “mamose”. Sempre. Un po’ come se la bocca avesse una sua idea e non volesse sentir ragioni.

– “Mamma, guarda le mamose!” – diceva lui, indicando i cespugli gialli che a primavera sembravano batuffoli di sole.

E la mamma lo guardava con quegli occhi che sanno tutto, e non lo correggeva mai.

I compagni, qualche volta, sì. Ridevano. Non per cattiveria, forse, ma a Mirko facevano lo stesso male. Una volta un bambino gli chiese: “Ma perché dici mamose? Non sai parlare?”. E Mirko non rispose. Abbassò la testa e si finse impegnato a slacciarsi le scarpe.

Quella sera, a letto, non riusciva a dormire.

Si rigirava, con la coperta annodata tra le gambe e la testa piena di pensieri che non sapeva mettere in ordine. Si alzò, andò alla finestra, aprì un po’.

Fuori c’era la luna, e sotto la luna, dove di solito c’era il piccolo giardino di casa, adesso c’era un posto che lui non aveva mai visto.

Era un prato piccolo, chiuso da un muretto basso, e in mezzo a quel prato c’erano dei fiori.

Non erano come le mimose. Erano più grandi, più morbidi, e avevano un colore che non era proprio giallo, era un po’ oro, un po’ miele, un po’ la luce che entra dalla finestra la domenica mattina quando non devi andare a scuola.

Mirko scese. I piedi nudi nell’erba fresca. Non aveva paura.

Si avvicinò piano. I fiori avevano dei petali larghi, e su ogni petalo c’era scritto: “M’AMA” e “NON M’AMA”.

Lui non sapeva leggere bene, ma quelle parole le conosceva. Le aveva sentite nei cartoni, nelle canzoni, nei sussurri della mamma quando parlava al telefono con la nonna.

Si inginocchiò.

Pensò alla mamma. A quando lui diceva “mamose” e lei sorrideva e gli accarezzava i capelli senza dire niente. Sfiorò un petalo.

M’AMA.

Pensò al papà. A quando lui diceva “Io sono Marco” e il papà non lo correggeva mai, ma la sera, quando lo copriva, gli sussurrava “buonanotte, Mirko”. Sfiorò un altro petalo.

M’AMA.

Pensò alla maestra. A quando in classe dovevano leggere una poesia sulle mimose, e lei aveva chiesto a Mirko di leggere un’altra poesia, una senza quella parola. Per non metterlo in difficoltà. Sfiorò il terzo petalo.

M’AMA.

Poi pensò ai compagni. A quelli che ridevano. A quello che gli aveva chiesto se non sapesse parlare. Ci pensò a lungo, con le labbra strette e il cuore che faceva un rumore sordo. Allungò la mano, piano, e toccò l’ultimo petalo.

Il fiore non scrisse niente per un momento.

Poi, lentamente, tutti i petali si accesero, uno dopo l’altro, come tante lucine accese per una festa che nessuno aveva organizzato. E su ogni petalo c’era scritto M’AMA. Così tante volte che non si vedeva più il colore del fiore, solo quella luce calda che avvolgeva tutto.

Mirko si sedette per terra, in mezzo a quei fiori.

Non pianse. Ma sentì qualcosa sciogliersi dentro, come un nodo che si allenta da solo, senza che nessuno lo tiri.

Allora capì.

Le mamose esistevano davvero.

Non erano un errore. Non erano una parola sbagliata. Erano questi fiori qui, quelli che compaiono solo quando il cuore è un po’ triste e la notta è abbastanza buia per far vedere le cose che di giorno non si notano. E loro lo aspettavano. Lo avevano sempre aspettato, anche quando lui non lo sapeva.

Il mattino dopo, Mirko passò davanti al cespuglio di mimose. Si fermò. Le guardò a lungo.

Non disse niente.

Ma dentro di sé, le chiamò “mamose”. Come aveva sempre fatto.

E per la prima volta, non gli importò se qualcuno ridesse.

Perché lui adesso sapeva una cosa che gli altri non sapevano: che le mamose vere esistono, e che a loro non importa come le chiami. Loro riconoscono il cuore. Anche quando la bocca sbaglia.

Anche quando ti fai chiamare Marco, ma ti chiami Mirko.

 

Fine

Le Mamose testo di Strabik92
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